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ARTI MARZIALI - Tactical Defense of Krav Maga

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ARTI MARZIALI

DISCIPLINE

 

 

Budo wa shusi genki
Il budoka deve allenarsi tutta la vita, praticare ogni giorno con ferma volontà ricercando costantemente il perfezionamento della tecnica, del carattere e della propria filosofia al fine di raggiungere i traguardi prefissati.
Yoshihida Shinzato

 

 

Roberto De Ronzi

1974, Dojo Arashi - San Cesario (Lecce)

Guido, Lilia e Roberto De Ronzi

Soke Fumon Tanaka
Roberto De Ronzi e Tom Sharkei

Roberto De Ronzi,

professor Florendo Visitacion VEE

e David James

Shihan Wolfgang Siebel

Lo “spirito” che cammina nel tempo


I quattro Magi salirono a passo lento i sentieri che conducevano alla sommità della montagna della luce, giungevano dai quattro punti dell'orizzonte portando ognuno una bisaccia con i legni profumati destinati al rito del fuoco.
Il mago dell'aurora aveva un mantello di seta rosa sfumato in azzurro e calzava sandali di pelle di cervo. Il mago del tramonto portava una veste cremisi screziata d'oro, e gli pendeva dalle spalle una lunga stola di bisso ricamato con gli stessi colori. Il mago del mezzogiorno indossava una tunica di porpora operata con spighe d'oro e calzava babbucce di pelle di serpente. L'ultimo di loro, il mago della notte, era vestito di lana nera intessuta del vello di agnelli non nati, tempestato di stelle d'argento.
Quattro Magi, quattro strade (shi, che si legge yon) che rappresentano le quattro “vie” delle arti marziali.
La “via” della nostra storia può iniziare e collegarsi alla casta dei cavalieri Kshatriya (III millennio avanti Cristo), quando un ricco principe indiano, maraja, sviluppò un sistema a mani nude, osservando le movenze degli animali della giungla.
Molti guru, maestri o meglio “santoni”, ritengono che l'arte guerriera del continente indiano si evolse grazie all'arrivo di Idaspe (oggi Jhelum) e alla battaglia campale tra il re Poro e Alessandro, “il grande” re di Macedonia nel 326 a.C.
Il regno di Poro era situato nella parte dell'antica India, corrispondente all'attuale Pakistan. 


Leggenda? Tutto è leggenda e segreti, come è l'India terra di misteri...
Il kalary payat, come il vamakolai, li troviamo espressi in modo tecnicamente diverso nelle discipline cinesi e giapponesi.
Da Trivandrum, capitale del Kerala  – stato del sud dell'India - si racconta la leggenda di Bodhidharma (dharma in indo è tigre), Tamo/Damo per cinesi e Daruma taishi per i giapponesi, che partì dopo esser stato cacciato dalla regione del Kerala in India, dopo la morte del suo maestro Prajnatora per arrivare nel Chatai (527), così come Marco Polo (1254 –  1324)  chiamava l'odierna Cina, riferendosi al nome di un popolo nordico i Khiran. Si mise a disposizione dell'imperatore Wu, della dinastia Liang (501-557), convinto buddista dove fondò la catena dei templi Shaolin - zu  (letteralmente "Pugilato della Giovane Foresta"). Grazie alla conoscenza marziale indiana (della regione del Kerala ecco perché si chiama kalary payat o payatto) legata al buddismo e l'inesauribile fantasia cinese, trasformò il bagaglio tecnico in scuole, per lo più legate alla mafia cinese.
Nuovamente cacciato, lungo la strada Ta-mo/Da-mò (Bodhidharma – Daruma taishi), si fermò in una grotta per 9 anni, in ascetica meditazione, in ginocchio (?) ed elaborò  tecniche che oggi vanno sotto il nome di Shaolin zu, perdendo l'uso delle gambe e delle braccia.
Il concetto fondamentale degli insegnamenti di Bodhidharma è che esiste un indissolubile legame tra spirito e corpo e che la buddità può essere raggiunta solo se vi è perfetta unità tra i due.
Così dopo essersi circondato di numerosi seguaci al tempio Shaolin tzu (in giapponese Shaolin ji), introdusse il metodo di lotta indiano che più tardi, in Giappone andrà sotto il nome di shorinji kempo e di kung fu (lavoro duro), ch'uane fa (ch'uan in cinese, mandarino) queste due parole unite sintetizzano “il metodo del pugno” in Cina, e sono da considerare la più antica forma di lotta asiatica a mani nude, paragonabile al karate tanto per semplificare. Anche se in ordine di tempo si accosta la nascita del tempio Shaolin-Tzu a  Bodhiruchi predecessore di  Bodhidharma.
Il Giappone è sempre stato considerato come le isole lontane di cui parla il vecchio testamento.
Non ce ne erano altre più distanti.


A partire dal IV secolo il buddismo e la cultura cinese entrano nella corte di Yamato. Nel 645, la corte giapponese decise di fare del Giappone una copia della Cina dei Tang.

I problemi politici interni alla corte dei Tang e l'invasione dei tartari /mongoli portarono il Giappone a decidere di chiudere la loro legazione diplomatica in Cina, nel 838. Da allora la cultura giapponese si evolse in modo autoctono da quella del continente.
Era il 1800/1900 quando le isole del Giappone iniziarono a vedere le navi nere americane del Commodoro Matthew Calbraith Perry (1794 – 1858), cannoneggiare la baia di Yakohama (1853). 

 

Shike Giacomo Spartaco Bertoletti, Roberto De Ronzi,

Soke Robert Clark

Soshi Soke Jesus Potrero

Shihan Jammaladin Nekoofar, Roberto De Ronzi,

Shihan Alladin  Nekoofar

Sensei Kobayashi, Roberto De Ronzi

Sensei  Shigemitu Kato

Shihan Romeo Cassano

Roberto De Ronzi, Luigi Schifano


Il governo giapponese venne infatti forzato a lasciarlo approdare, e Perry per evitare un bombardamento navale che avrebbe causato molte vittime, sbarcò a Kurihama (oggi Yokosuka) il 14 luglio 1853, presentando la lettera di incarico ai delegati là presenti. Salpò poi per la costa cinese promettendo di tornare per avere risposta. 

Il primo viaggio di una nave da guerra del Regno d'Italia ai lidi orientali dell’Asia e al Giappone, fu quello del  piroscafo “Magenta” (1865-68).
All'alba del 1864 in rotta lungo il canale Uraga, il “Magenta” gettò l’ancora nel golfo di Edo (Tokio) anticamente chiamato Yedo.
Il “Magenta” era circondato da vari navigli, inclusa una gran barca (maru) dello shogunato con la bandiera di un sole rosso in campo bianco, che conduceva a bordo i vari funzionari yakumin, incaricati dal governatore di Kanagawa, sotto la cui giurisdizione vi era il porto di Yokohama.
Solenni cerimoniali con le indispensabili due spade (wakizashi= la spada dell'onore e tachi= lunga spada) portate alla cintola, il capo protetto da un largo cappello a forma di scudo, jingasa e spalle ornate dalla casacca del gi, Kamishimo – le ali sulle spalle -, con ricamato lo stemma di famiglia, mon, dei Takukawa.

La pratica delle antiche arti marziali (ko ryu) utilizzanti le arti bianche, venne abolita e l'inserimento militare moderno riservato alla sola elitè nobiliare, nell'era Meiji (1868 -1912)..
Tutto questo, il glancore del katana, i tornei di iai e kenjitsu, la lotta giapponese il ju jitsu, il judo prima di conoscere il sumo, poi il karate – gendai budo (budo moderno)- fa risorgere un'era barbaramente finita con la II Guerra Mondiale, così come barbaramente era nata: quella del dai-san, gli uomini di spada.  
Ecco la mia katana! 
Arma tremenda se impugnata da mani arroganti e brutali, ma capace anche di atti benevoli, persino di “dare vita” nelle mani dell'adepto che praticava il bushi no nasaka, clemenza e generosità.

I giapponesi del clan Satsuma nel 362 d.c. invasero la Corea del sud restandovi 200 anni, senza poter mai soggiogare i coreani sostenuti dalla vicina Cina.
Nel ritirarsi irruppero nell'arcipelago delle Ryu Kyu, che pagavano tributo al Celeste impero, la Cina.

Questa è la preistoria del karate.
Abbiamo fatto una carrellata storica sulle arti marziali dell’India, Cina, Giappone. Ora puntiamo sulle isole che fanno parte dell’arcipelago delle Ryu Kyu.

La parola karate nella lingua giapponese è composta da due ideogrammi che significano “mano nuda”. Ma se l’ideogramma indicante te (mano), è rimasto inalterato nel tempo, così non è stato per l’ideogramma kara (vuoto). Prima del XX secolo c’erano molti modi di scrivere la parola karate: kempo, tode e te
Kempo, significa “legge del pugno” o “via del pugno” e si legge ch’uan fa in mandarino e Ken fat in cantonese.
Tode indica la provenienza cinese. Il primo carattere, to, indica la dinastia dei T’ang (VII/X secolo d.C) per cui Tode o tote indicano “mani dei Tang”.
L’antico stile di Okinawa, la capitale, è chiamato Tode, ma può essere chiamato Okinawa-te le “mani di Okinawa” ed ebbe una grande popolarità nei vicini paesi. Dato che la stessa godeva di ben 45 ambasciate dislocate nel Sud-Est-Asiatico (dal 1429 al 1600), Okinawa era uno stato libero.
La fortuna di Okinawa ebbe termine, nel 1590 quando lo shogun Hideyoshi Toyotomi (1536 –1598), di umili origini, venne ucciso in modo rocambolesco da un ninja assoldato da un clan rivale. Con la sua morte, il clan Satzuma, con a capo la famiglia Shimazu, non accettando la vittoria dei Tokugawa (1600 battaglia di Sekigahara)  diventò “Tozoma daimyo” padroni di fuori”.

 

Il diciannovesimo capoclan, Yoshihiro (1535–1619), fu daimyō all'epoca della battaglia di Sekigahara, evento che portò alla fondazione dello shogunato Tokugawa e all'assedio di Osaka. Il successore, il nipote Shimazu Tadatsune, detenne il potere durante le prime due decadi del diciassettesimo secolo, ed organizzò l'invasione del Regno delle Ryūkyū (nell'odierna Prefettura di Okinawa) nel 1609. Lo shogun Tokugawa permise tale operazione militare poiché era suo desiderio placare gli Shimazu e prevenire la loro potenziale ostilità, dopo averli sconfitti nella battaglia di Sekigahara .
I samurai del clan Satsuma, sfogarono i loro risentimenti contro le isole Ryu Kyu, ree di aver aiutato i cinesi contro Hideyoishi (1609). I nuovi conquistatori vietarono agli isolani l’uso delle armi. Chi ne veniva trovato in possesso, era passato a fil di spada.
Gli abitanti di Okinawa erano gente molto coraggiosa e fiera. Le uniche arti che restavano loro erano quelle naturali rappresentate dalle braccia e dalle gambe. Ed essi le potenziarono a tal punto da renderle armi micidiali.
Da un punto di vista storico, si narra che un certo Sakugawa, fece un viaggio in Cina, attorno al 1724 perché seriamente interessato a specializzarsi nell’arte del ch’uan fa.
Molti anni più tardi l’arte dell’Okinawa te di Sakugawa venne semplicemente chiamata, da Gichin Funakoshi (1868 – 1957) il padre del karate moderno, “scuola di karate”, conferendo la leggenda che il karate ha l’ascendenza cinese.
Ma questa è già storia d’oggi!
I quattro magi lasciarono il tempio, bruciando l’alloro e l’incenso votivi, in attesa che questo mondo frastornato da una società in declino, partorisca un nuovo Alexandros!

 

 

 

Shike Giacomo Spartaco Bertoletti

International President WJJKO/WJJF

Shike Giacomo Spartaco Bertoletti
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Presidente Nazionale C.S.E.N. Prof. Francesco Proietti, Roberto De Ronzi, Gino Nosi

Michel De Pasquale Junior

Roberto De Ronzi

Roberto De Ronzi

Alessandro Grimaldi
 

Roberto De Ronzi

Prof. David James

 

 

 

 
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